Sette Messaggi al Sindaco del mio Paese
e a Tutti gli Altri
1. Signor Sindaco, questa è la Piazza di sempre, insomma
questi sono i muri. La vita, invece, col tempo è cambiata.
Devo farmi da lontano per arrivare al nocciolo principale dei miei
messaggi. So che un tempo qui c'erano campi e orti e poi lo spazio
fu chiuso per creare il punto di incontro degli abitanti che fuggivano
dal quartiere medievale, in alto. Così tutte le farfalle
e anche gli scarabei, le vespe e gli uccelli selvatici scomparvero
da questo quadrato di terra ridotto ormai un crocevia di strette
di mano, di incontri, di biciclette, di automobili. Ricordo d’aver
visto da bambino il vento che ancora alzava la polvere della Piazza
Grande, e la neve che d'inverno rigava il cielo con voce morbida,
e chiudeva la bocca ai rumori. Allora si stava intorno alla Piazza
con la schiena contro i muri o sotto i portici a guardare felici
quella festa che univa i corpi. Adesso la meraviglia si è
ristretta nei rettangoli delle finestre o è chiusa oltre
gli sportelli delle macchine. Chi ci può chiamare a raccolta
in Piazza Grande? Quale suono di campane occorre per far godere
lo spettacolo a tutti assieme? La neve non è per un uomo
solo chiuso nella sua gabbia di paura.
2. Signor Sindaco, su questa Piazza
pascolò un leone scappato al Circo Orfei e spaventò
i cani da caccia con l'odore di selvatico che usciva dai suoi peli.
Allora tutti i fucili del paese si affacciarono alle finestre e
sputarono fuoco sull’animale sdraiato sotto il monumento ai
caduti come se facesse parte di quel monumento o volesse imitare
la posa di altri leoni di pietra intravisti davanti ai portali di
antiche cattedrali. Il leone fu cotto e mangiato; e la gente discusse
con la pancia piena d'Africa stando sulle sedie del caffè
sparpagliate per la Piazza. Devo aspettarmi l’arrivo di un
rinoceronte per rinnovare questa veglia paesana col sapore di una
delizia collettiva?
3. Caro Sindaco, ho visto questa piazza
nell'agosto del '44 piena di buoi che i tedeschi portavano a Ravenna
per spedirli a pezzi nelle città affamate della Germania.
Ho visto la Piazza piena di sole e di sterco secco dopo la partenza
degli animali e in tutto questo disordine carico di dolore, l'accalappiacani
serviva le autorità comunali ostinandosi a cercare di imbrigliare
un cane randagio. Quale assurda parvenza di ordine in un mondo così
sgretolato! Ero nell'ombra di una colonna, pieno di amore per il
cane che grattava lo sterco stopposo in cerca di cibo. Quando il
laccio stava per essere lanciato nell'aria accaldata, ho gridato
e il cane, messo in allarme, è corso lungo la strada del
fiume. Ma già un moschetto fascista puntava la canna nella
mia schiena e così ho attraversato la Piazza preso nel laccio
di questo sicario analfabeta. Allora quel deserto della Piazza era
giustificato.
4. Signor Sindaco, quando nel dopoguerra
il merci impolverato mi ha lasciato alla stazione e io a piedi,
reduce ritardatario, dopo che banda aveva suonato gli inni per le
strade e gli stivali lucidi tolti dai piedi mascalzoni e ammucchiati
attorno al monumento vennero riempiti di urina, sono arrivato a
casa e dalla casa mi sono affacciato in Piazza Grande. Ho visto
per la prima volta i tubi al neon, e le poltroncine di ferro fuori
da due caffè avevano sostituito le sedie pieghevoli di legno.
Ma la gente era ancora su quelle sedie a stare assieme e a ricominciare
a vivere. Pochi anni dopo, qualcosa è cambiato: l'ala nera
del corvo si è messa a bastonare l'aria e così la
paura si è infilata nelle orecchie assordandoci.
5. Signor Sindaco, è dal centro
di questa Piazza che io continuo a misurare il mio spazio. Anche
se vado a Mosca o nella calda Georgia, calcolo le distanze sapendo
che i pochi chilometri che ho fatto da ragazzo a piedi o in bicicletta,
dalla Piazza al mare, dalla Piazza alle prime colline, sono gli
unici che contano. I lunghi voli sono viaggi fermi o mentali. Valgono
soltanto i primi chilometri fatti a piedi e anche adesso rifletto
a lungo se dalla Piazza devo raggiungere il mare. Più facile
decidere di andare all'Equatore o al Polo Nord, perché quelle
sono distanze che appartengono alla magia. Dieci chilometri, invece,
sono interminabili. La Piazza Grande è il centro di tutti
gli spazi che ho avuto in regalo, anche tu Sindaco li hai avuti
e anche gli altri. Ecco perché ti prego di affacciarti dal
balcone e di guardare a lungo questo rettangolo fondamentale per
la tua e le altre vite. Un punto di partenza o di arrivo, un punto
di riferimento continuo non può non essere abbandonato, deve
sentire la febbre di una tua attenzione continua e precisa. Adesso
più di prima, adesso perché il deserto di uomini sta
verificandosi dove un tempo la gente si vedeva e si abbracciava.
La paura che parte dalla coda velenosa degli scorpioni sta occhieggiando
da dietro gli spigoli delle case. Bisogna superare quegli spigoli
e tornare a fare gruppo in Piazza. La paura è amica dei televisori
e dell'egoismo familiare. Mangiamo carne e immagini e intanto la
voce che esce dai meccanismi riempie i silenzi tra uomo e donna,
tra genitori e figli. Così bisogna tornare dove la parola
è ridata alle nostre bocche e le immagini germogliano nella
nostra fantasia.
6. Signor Sindaco, l'altro giorno ho
fatto dei piccoli sogni uno dopo l'altro. Tutte le volte appariva
la Piazza Grande col rettangolo usato in modo diverso. Nel primo
vedevo che i palazzi tutt'attorno racchiudevano un orto, come una
volta. E io mi chiedevo se non sia giusto togliere il selciato e
rimettere rettangoli di aglio, di cavoli e di girasoli. Vedevo che
i paesani camminavano lungo i sentieri e si piegavano per controllare
se gli ortaggi erano giusti da raccogliere. Sorridevano e si scambiavano
delle foglie. Poi ho sognato la Piazza come è adesso; ma
con un albero in più, un ciliegio in un angolo, che nello
spazio breve di un attimo metteva le foglie, poi i fiori, poi i
frutti e in ultimo restava nudo, pronto a ridursi un ricamo con
la neve. Allora ho detto: questo è possibile. E anche altri
piccoli accorgimenti. I lecci seri e imbronciati potrebbero vivere
a Natale con piccole scintille luminose grandi come lucciole e in
modo che si possa dire che le stesse sono cadute in Piazza Grande.
E non quelle palline di plastica colorata che imitano frutti velenosi.
Tante cose così. E anche musica, perlomeno la domenica mattina
alle undici, e magari tutti i giorni quando la sera è trascinata
da scarpe solitarie e la nebbia racchiude nei suoi veli i lampioni,
un valzer di Faini o di Strauss agli altoparlanti rannicchiati tra
gli alberi. Bisogna tornare a essere bambini per governare.
7. Caro Sindaco, è ora che tu
cominci ad ascoltare le voci che sembrano inutili, bisogna che nel
tuo cervello occupato dalle lunghe tubature delle fogne e dai muri
delle scuole e dagli ospizi e dall'asfalto e dai ferri e dalle pillole
per gli ospedali, bisogna che nel tuo cervello pratico e attento
soprattutto ai bisogni materiali, bisogna che entri il ronzio degli
insetti. Devi pregare che su questa Piazza arrivino le cicogne o
mille ali di farfalle, devi riempire gli occhi di tutti noi di cose
che siano l'inizio di un grande sogno, devi gridare che costruiremo
le piramidi. Non importa se poi non le costruiremo. Quello che conta
è alimentare il desiderio, tirare la nostra anima da tutti
i lati come se fosse un lenzuolo dilatabile all'infinito…Ecco
che arriva la nuvola di farfalle, ecco che tutti abbandoniamo la
sedia di casa e lo stretto cannocchiale delle finestre. Stiamo tornando
al centro della Piazza per godere assieme questo spettacolo. I grandi
godimenti sono quelli che si provano succhiando dagli altri la meraviglia
che esplode. Solo così può rinascere la bella favola
del nostro e del tuo paese.