| |
 |
|
Laurea ad honorem
| Key
Award | Premio
Letterario Castelfiorentino |
Gabiccino d'oro
Laurea ad honorem: le motivazioni del rettore
Antonio (ora Tonino) Guerra nasce a Santarcangelo di Romagna il
16 marzo 1920. Compiuti gli studi a Forlimpopoli, si iscrive al
corso di laurea in Pedagogia della Facoltà di Magistero
della nostra Università dove nel 1946, dopo gli anni della
guerra e della deportazione in Germania nel campo di lavoro di
Troisdorf (qui Guerra comincia a scrivere il suo romagnolo), si
laurea nel 1946 con una tesi sul Pascoli. Sono di quegli anni
universitari amicizie e incontri importanti: con Michele Provinciali
e Mimmo Mezzacappa, con Fabio Cusin, con Carlo Bo che, "togliendolo
dall'ombra", come in seguito dirà lo stesso Guerra,
detta la prefazione alla sua prima raccolta di poesie in dialetto
santarcangiolese, I scarabócc,
pubblicata, nel 1946, per i tipi dell'editore Lega di Faenza.
Nel "lavoro di Guerra" Bo riconosceva, allora una "volontà
di pulizia interiore", un "senso esatto delle cose e
delle voci"; e concludeva "Di questi ultimissimi anni
il libretto di Guerra è uno di quelli che contano, ha una
sua voce ben definita. Si può dire di più per uno
che comincia?"
Insegnante per alcuni anni in un avviamento agrario a Savignano
sul Rubicone, Guerra precisa, approfondisce e matura la propria
voce di poeta in dialetto. Nel '49 pubblica La
s-ciuptèda che non passa inosservata al giovane
Pasolini che così ne trasmette, a stretto giro di posta,
un'emozionata informativa a Gianfranco Contini di stanza in quegli
anni a Friburgo: "ho ricevuto questa mattina un libretto
di Antonio Guerra (nome che penso non le sia nuovo) La
sciuptèda. So che lei non sfugge niente [...], ma
vorrei scongiurare anche l'unica possibilità su mille che
la schioppettata di guerra non giungesse alle Sue orecchie. [...]
Vorrei aver fatto per questi borghi della Bassa friulana quello
che Guerra ha fatto per la Contrada. Ed è questo che mi
ha spinto a scriverLe, supponendo che procurare al Guerra una
sua lettera fosse il miglior ringraziamento per il dono della
Contrada". Un'ammirazione che solo qualche anno più
tardi si sarebbe distesa e splendidamente motivata nelle pagine
da Pasolini dedicate a Guerra nella introduzione alla Poesia dialettale
del novecento (Parma, Guanda, 1952).
Del '52 è E lunèri,
più tardi confluito, assieme ai precedenti libretti e con
l'aggiunta d'un gruppetto di Èultum
vérs, nel volume I Bu
edito da Rizzoli nel 1972 con introduzione di Gianfranco Contini.
Ma dai primi anni cinquanta la storia di Guerra risulta più
difficile da ricostruire e raccontare: come un'esplosione di irriducibile
creatività di fantastiche proliferanti storie.
Ma dai primi anni cinquanta la storia di Guerra risulta più
difficile da ricostruire e raccontare: come un'esplosione di irriducibile
creatività, di fantastiche proliferanti storie.
Sempre nel '52, l'anno di E lunèri,
Guerra si fa romanziere, con La storia di
Fortunato, accolto da Vittorini - come, del resto, il successivo
Dopo i Leoni '56 - nella collana
einaudiana dei Gettoni.
Appoggiato da amici, come il pittore Renzo Vespignani o il regista
Elio Petri, e per cercare e trovare una propria via di inventore
di storie per il cinema, si avventura sulla strada per Roma, dove
definitivamente si stabilisce nel 1953. Conosce Aglauco Casadio,
per il quale scrive la sceneggiatura di Per un ettaro di cielo,
cui altre ne seguiranno: collaborazioni memorabili, sceneggiature
- a volerne citare solo alcune dell'interminabile elenco - per
Antonioni (L'avventura 1959, La notte
1960, L'eclisse 1962, Deserto
rosso 1964, Blow-up 1966, Zabriskie Point 1969), per De
Sica, Lattuada, Damiani, per Fellini (Amarcord:
1973, Prova d'orchestra 1984, Ginger
e Fred 1985), per Tarkowskij, i fratelli Taviani, Rosi,
Bellocchio, Anghelopulos (Lo sguardo di
Ulisse 1995, L'eternità e
un giorno 1998) momenti intensissimi di una singolare vicenda
di un poeta "che si esprime con il cinema", secondo
la definizione di Rondi, e che gli fruttano sei nominations all'Oscar
e due Oscar per Amarcord; Otto premi
"Festival di Cannes" tra i quali 5 palme d'oro; 3 premi
Leone d'Oro e Leone d'Argento a Venezia; Grand Prix al Festival
Mar del Plata; tre premi Donatello; il Premio Bianchi 1995 per
la sceneggiatura; il Premio internazionale della critica Globo
d'Oro nel 1996; il premio Cesare nel 1998.
A questa straordinaria energia affabulatoria continua nondimeno
ad intrecciarsi il lavoro del prosatore dell’inventore di
storie e di apologhi, del romanziere: dal 67 escono L'equilibrio
(Bompiani 1967), L'uomo parallelo
(Bompiani 1969), le sette storie di Millemosche in collaborazione
con Luigi Malerba (Bompiani tra il '69 e il '71), I
cento uccelli (Bompiani 1974), Il
polverone (Bompiani 1978; ristampato da Maggioli 1992),
I guardatori della luna, con presentazione
di Italo Calvino (Bompiani 1981), L'aquilone
(Maggioli 1982) e La pioggia tiepida
(Rusconi 1984); Piove sul diluvio
(Capitani 1998).
"Ma la mia ma, / me mi ba, / ma la mi nòna / me mi
nòn / e i bisnòn / e ma tòtt quei / ch'i
scurèva snò in dialèt" ["A mia
madre, / a mio padre, / a mia nonna, / e mio nonno, / ai bisnonni,
/ e a tutti quelli / che parlano / solo in dialetto"]. Con
questa dedica, e quasi in coincidenza con il ritorno alle terre
del suo Marecchia, a Santarcangelo e più di recente e stabilmente
"tra le dentate rupi di Penna e Billi" - con questa
dichiarazione di irriducibile fedeltà a una realtà
dolorosamente e gioiosamente iscritta nel suo dialetto, Guerra
apre Il Miele, il “poema” che – raccontando
in trentasei canti la storia di due vecchi fratelli che, ritornati
nel loro paese quasi disabitato (Ch'ilt è ndè chisà
duvò: Amèrica, Austraglia, in Brèsoil "Gli
altri sono andati chissà dove: America, Australia, in Brasile")
si lasciano insieme morire – segna l'inizio della sua nuova
maniera di poesia, di splendido e lungo respiro narrativo. Ad
esso (pubblicato nel 1981) seguiranno, tutti per le edizioni del
riminese Maggioli, La capanna (1985),
Il viaggio (1986) – appunto
il racconto del ritardato viaggio di nozze di Rico e della Zaira,
marito e moglie, da Pretella Guidi al mare (Rico e la Zaira i
n'èva mai vèst e' mèr "Rico e la Zaira
non avevano mai visto il mare"), lungo il Marecchia rapinato
e stravolto dalla violenza delle moderne scavatrici, in un paesaggio
ora degradato e scempiatom, ma ripercorso dai due vecchi sposi
con "pietà, pudore delicato, pazienza", con "tutte
le virtù insomma" - l'ha notato benissimo Dante Isella
- "di un mondo ancora umano". Perché, nella poesia
di Guerra, "risalire la corrente del tempo" - in questo
viaggio che è "anche una paesana discesa all'Ade",
un "viaggio verso il mare/morte" - "è un
atto di vita, non un debole rifugiarsi nel passato o un narcisistico
ripiegamento su se stesso". Del 1988 è Il libro delle
chiese abbandonate, dell'89 L'orto di Eliseo,
del '90 Il profilo del conte e in
tutti - possono qui valere le parole scritte da Roberto Roversi
nella sua postfazione alla Capanna – il poeta "passa
dalla contemplazione, non lirica ma prorompente (invadente con
tenerezza) e spesso struggente fin quasi a prosciugare le cose;
passa, dicevo, alla narrazione" e in tutti "la sua memoria
(quasi rapace) depone davanti a noi non ombre, non dati; non semplici
ombre o semplici dati; ma gli echi ancora vibranti di vite non
del tutto passate".
In questa sua dolce e disperata "resistenza" morale
affidata alle parole, agli oggetti, ai gesti e alle umili storie
della sua terra, nella sua lunga e tuttavia verde operosità,
nell'intensità della sua libera voce di poeta (cui a più
riprese la critica ha dedicato una ammirata e crescente attenzione:
dopo Bo, Pasolini e Contini di lui han scritto - solo per citarne
alcuni - De Mauro, Isella, Mengaldo, Stussi, Brevini) ci sono
più ragioni, molte più ragioni di quante non siano
state qui addotte, perché la nostra Facoltà possa
dichiararsi lieta e onorata di annoverare Tonino Guerra tra i
suoi dottori honoris causa.
19 marzo 2005
|
|
|