| |
 |
|
I piccoli cavalli di Troia
"Sono sempre stato legato all'immagine. Per un certo periodo
della mia vita mi sono fatto tenere compagnia dal desiderio di
far vedere delle figure, delle cose e sono ricorso ai pastelli.
In seguito mi sono sempre più affezionato a questo mio
interesse sapendo di non essere Picasso, consapevole che la mia
strada attraversa la decorazione. I miei quadri però vogliono
tenere compagnia, sono come degli appunti, dei racconti, delle
poesie, sono come delle storie che possono rendere più
dolci i muri e possono suggerire delle favole. Sono tanti piccoli
cavalli di Troia per entrare nella memoria e nella fantasia di
chi guarda."
Tonino Guerra
Gli acquerelli
"Quando ero giovane ho cominciato a fare dei piccoli
acquerelli, si trattava di cose molto semplici. Non dimenticherò
mai un acquerello che ho rivisto in casa della mia povera sorella,
era una carrozza. Si chiamava la carrozza di Fracassi che stava
in mezzo alla piazza e accompagnava chi doveva andare alla stazione
perché la stazione a Santarcangelo è a un chilometro
preciso dalla piazza.
In me comunque sono nate prima le parole anche se ho iniziato
a disegnare abbastanza presto.
Poi c'è stata la prigionia e la parola ha preso il sopravvento.
Credo che quello di essere un poeta sia il mio desiderio maggiore.
E nelle cose che faccio mi pare ci sia un pò di quell'impronta."
Tonino Guerra
Il genio figurativo
Anche dopo avervi preso familiarità e divertendosi con
l'utilizzo dei veloci pastelli che presto gli restituivano l'immagine
pensata, alla pittura ha sempre guardato con distrazione, come
fosse un gioco con cui trastullare il desiderio degli amici di
ricevere da lui un dono. Ecco: i suoi disegni nascono sempre come
regalo, siano essi posti sulla seconda di copertina di un suo
libro o su un foglio dotato di propria autonomia. Disegna ma non
si considera un pittore, ama farlo ma lo ritiene un suo passatempo
personale.
Dovranno passare decenni prima che qualcuno lo convinca ad accettare
un'esposizione personale, con le tele dipinte ad acrilico, o con
la tecnica dell'affresco, i pastelli, gli acquerelli, e ufficialmente
accadrà a Rimini nel dicembre 2001. La mostra, dal titolo
da lui attribuito Con la poesia alle spalle,
a rafforzare la sua convinzione che lui è sempre un poeta
e non accetta di sé la definizione di pittore, allestita
da una nota galleria si chiuderà dopo oltre un mese nel
gennaio 2002, con grande successo.
In quell'occasione avrà spesso modo di affermare come si
pone di fronte alla sua espressione pittorica.
Altri allestimenti che lo vedono protagonista seguiranno nei primi
anni del 2000 ma la sua pittura non sarà mai voce solitaria,
sarà sempre accompagnata da altre sue creazioni.
Unica eccezione l'installazione I Giganti
di Tonino, allestita nel 2005 in occasione del suo 85°
compleanno a Cervia, al Magazzino del Sale, in cui i suoi disegni
diventano tele di grandi dimensioni, su cui l'artista interviene
e agisce rafforzando tratti e colore.
Anche se non va dimenticato che da giovane si era interessato
all'attività pratica del dipingere, come acquerellista
e come illustratore di novelle e racconti. E anche di brani di
storia come appare nel volume Venti secoli di bora sul Carso e
sul Golfo. Una narrazione storica del Professore Fabio Cusin,
con commento illustrato di Antonio Guerra, Edizione Gabbiano -
Trieste del 1952. Ogni illustrazione carica di segni e di immagini,
in cui predomina un tono ironico, è sempre accompagnata
da un frase o un titolo che accresce le sfumature dissacranti
e soprattutto alleggerisce la drammaticità delle vicende
storiche e le avvicina alla gente come spiega Cusin nell'introduzione
affinché ci si renda consapevoli dell'essenza del mondo
attraverso le esperienze della vita quotidiana che vincolano con
legami invisibili e potenti al presente e al passato.
E' da ricondurre a quell'amore giovanile l'attività figurativa
che riaffiora nella seconda metà degli anni '70 , particolarmente
stimolato dalle luminescenze moscovite, con dipinti e pastelli
che recuperano l'illustrazione favolistica, che rimandano a una
sua considerazione polemica sull'anonimato delle nostre nuove
case e sulla nudità delle pareti dei nostri alberghi, che
richiamano il bisogno di un calore familiare perduto e l'immagine
di una terra depositaria di tradizioni.
Principalmente in questi anni (dal '75 a tutti gli anni '90) realizza
pastelli che alternano cicli pittorici ben definiti: le nature
morte, coi barattoli, le mele spezzate, i frutti e le trasparenze
delle lunghe bottiglie di vetro; le pavoncelle, le anatre e le
onde stilizzate del cui sfondo si colorano e tante altre figure
zoomorfe; le gabbie appese al filo dell'amore; i pupazzi dai profili
imbiancati e le ombre allungate della favola; i cavalli luminosi,
i mobili, che lui chiamerà mobilacci pronti a prendere
la forma di un albero o di una farfalla, le sacerdotesse dai copricapi
a cilindro con lo sguardo rivolto alle pianure d'oriente e in
braccio un gallo pennuto, le signore con le ciliegie per orecchini
e il cappello a falde smisurate capaci di ospitare il canto di
un uccellino, e ancora i musici e i loro alfabeti, che paiono
moderni geroglifici e le farfalle, un amore lungo come la vita
carico di simbologia.
Sono poesie liquide come la cera che si squaglia, sono versi colorati
che giocano tra loro e con l'occhio di chi guarda. Sono parole
incise come il graffito sulla terra dell'affresco, tecnica che
amerà molto negli anni a seguire, dal 2000 in avanti così
come l'acquerello che tornerà ad affrontare con rinvigorita
energia.
Rita Giannini
Haiku a pastelli
L'apparente semplicità dei dipinti di Guerra può
trarre in inganno lo spettatore, essendo essa un punto di partenza
e non un punto di arrivo. Questi dipinti sono metafore figurative,
la cui interpretazione va ben al di là dei confini del
quadro. Si tratta di immagini di facile lettura, immediate, spontanee,
con le quali l'artista ambisce ad un tempo alla semplicità,
a comunicare con tutti - senza distinzioni - le proprie sensazioni,
ma nelle quali lo spettatore attento può elaborare concetti
e significati altri. (…) I dipinti di Guerra, queste "piccole
cose" come il poeta li ha definiti con quel tanto di gigioneria
che è propria di ogni artista che sia particolarmente legato
agli esperimenti diaristici di un'attività a margine rispetto
a quella ufficialmente nota, sono come brevi immagini poetiche
espresse pittoricamente (…). Ricordano nei loro cromatismi
onirici, nella voluta sprecisione del segno pittorico, nella staticità
asettica e inquietante dei contenuti le stupefacenti "favole
pittoriche" di Morandi e Matisse.
(…) In uno stile grezzo, primitivo, ma non naif, in assenza
di prospettive pittoriche, con campiture di colore illusorio quasi
scolpito sul foglio o sulla tela, Guerra ha realizzato - forse
inconsciamente - i suoi haiku figurativi. (…)
Pier Marco De Santi
C'è un richiamo orientale nella sua materia pittorica,
e non solo per il ricordo di un haiku o per i contenuti che rimandano
ai giochi cromatici dei paesaggi georgiani e uzbechi, all'astrattismo
gioioso dei tappeti caucasici, alla staticità iconografica
dell'arte sacra russa, la radice di tutto questo è filosofica,
risiede nel suo pensiero. Un pensiero che va "all'uomo orientale
che vuole cancellare i desideri, che vuole sciogliersi in un tramonto".
Azzerare i bisogni e accogliere le indicazioni di ciò che
ci sta intorno. Una saggezza che nasce dal legame con la terra
e la natura. Guardando come una nevicata sia capace di imbiancare
le colline è per lui come ritrovare l'innocenza primordiale,
"è come se quel bianco lo avessi scoperto per la prima
volta". Con le sue opere intende suggerire una certa innocenza,
anche modesta, perché afferma "non ho voglia di spettacoli
grandiosi". Aggiungendo: "Non vorrei mai che i miei
lavori nelle case in cui capitano siano più importanti
dei muri che li accolgono". Il poeta attraverso queste opere
parla sottovoce, "vicino alle orecchie", per inviare
piccoli suggerimenti, "quasi il tentativo di una carezza".
E sempre in questa ottica filosofica che ha molto di orientale
si inserisce la sua tenerezza per l'errore, fino a dire che lui
sbaglia molto e ha una grande ammirazione per le costruzioni dell'infanzia
e finanche a ricordare spessissimo questa massima di un saggio
cinese: "Bisogna fare qualcosa di più della banale
perfezione". E qualcosa di più per lui è l'errore!
E' un tema ricorrente quello dell'imperfezione come bene riassume
una sua massima, uno dei tanti aforismi che raccontano il suo
pensiero e quello che citiamo riguarda il suo modo di concepire
l'attrazione, la fascinazione. "In una donna ciò che
colpisce sono sempre dei piccoli difetti e comunque ad affascinarci
non è mai la sua bellezza totalizzante ma invece è
la nuvola di mistero che ha intorno".
Come affascinano i suoi dipinti, dai colori irreali, orientali
ma anche moderni da cui ci si sente attratti in sospensione tra
elegia e mistero e, come ha scritto De Santi un incanto euforico
simile all'estasi di certa musica. Poco importa se ci sono inesattezze
prospettiche, fissità o colori irreali, l'occhio è
abbagliato e sorpreso perché più i colori sono illusori
più solleticano l'immaginazione che sempre tende ad alterare
la realtà.
Il colore della poesia
Credo che Tonino Guerra non attribuisca molta importanza
i suoi pastelli. Egli li colloca forse in coda alla graduatoria
dei tanti prodotti del suo genio creativo (…) ritenendoli
respiri di vita segreta (…). Ebbene se è così
(e sono convinto che lo sia) Guerra sbaglia di molto, perché
questi lavori costituiscono in realtà, la testimonianza
chiara e qualitativamente valida della sua ricca sensibilità
poetica. Attratto quasi magicamente dall'incanto del colore, egli
lo rende valore fondamentale del suo poetare per immagini visive
partendo da esso, come suggestione primaria, e ad esso approdando
come fine che crea le cose, l'atmosfera, il senso del suo dire.
Ed anche quando nelle sue costruzioni sono presenti i segni grafici,
questi finiscono per svolgere sempre una funzione sussidiaria
dell'elemento cromatico, fungendo da strutture portanti dell’immagine
che si sostanzia di colore. Del resto l'idea guida dell'opera
è per lo più rappresentata da una cromia: Tonino
Guerra inizia infatti il viaggio avventuroso della creazione muovendo
da un foglio di carta colorata (…) su cui espande poi una
gamma molto ampia di colori primari coniugati con quelli secondari
e con le infinite possibilità dei loro prodotti. Nel mezzo
di tanto oceano cromatico si inseriscono (quando ci sono) le linee
e i segmenti grafici, che finiscono col caricarsi anch'essi percettivamente
di umori colorati.
Armando Ginesi
|
|
|